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In questi anni ho conosciuto molte persone che al semplice colloquio prima di iscriversi ai corsi di canto hanno già l’idea precisa di quello che dovrebbero studiare. Richieste specifiche che vanno dall'approfondimento della fisiologia dell’apparato fonatorio all'infarinatura di solfeggio cantato fino al repertorio da scegliere, per i più sfrontati e temerari, nel caso in cui ci si trovi con gli amici per una serata di karaoke. Nei casi peggiori l’interesse al corso di canto è dovuto al saggio di fine anno come opportunità di esibizione. Recentemente a queste richieste si è aggiunta la fatidica domanda: “in questa scuola avete corsi certificati?”. Alcune volte mi verrebbe di rispondere con una risata ma tante sono le volte in cui ho un moto di tristezza al pensiero del perché mi viene fatta quella richiesta. In questo mondo mordi e fuggi esistono corsi di laurea sempre più brevi, sempre più ridicoli ed inutili, creati per vendere una carta che attesti e certifichi quanti soldi hai speso e quanto tempo hai passato a studiare quello che altri hanno suonato e che tu non sai suonare. Studiare la musica è considerato un hobby che in genere viene dopo il calcetto e il doposcuola di inglese e che viene immediatamente cassato dagli impegni dei figli se alla prima occasione di festa in famiglia delude le aspettative dei genitori rifiutandosi di esibirsi. Quel diniego viene immediatamente tradotto come una mancanza di interesse o addirittura assenza di talento. Fare il musicista di mestiere non può essere considerato un lavoro in questa Italia in cui non si suona abbastanza per poter scrivere sulla carta di identità che di professione fai il musicista.


Se parliamo di canto invece bisogna riferirci alla voce come un dono: la voce è un talento. Un regalo di Dio alla nascita. La bella voce. Quella che arriva in alto in alto:

«Maestra, ma io quante ottave ho?»

«Signora, piacere di conoscerla, le ho portato mio figlio di 11 anni per vedere se è il caso che studi canto... per vedere se ne vale la pena...»

«Signora Maestra, volevo sapere se mio figlio è dotato per mandarlo a “Ti lascio per una canzone!!!”»

«Pronto, sono tal dei tali, volevo sapere quando posso venire per prendere 4 o 5 lezioni per poi andare ad “Amici”»

 

Credo fermamente che una buona didattica vocale non possa essere basata sull'addestramento così come stato proposto negli ultimi anni. I risultati disastrosi si vedono e si sentono. Siamo passati da maestri che hanno basato le loro lezioni sulle proprie sensazioni come se fossero universalmente e parimenti condivise, fino agli anatomopatologi della voce che hanno basato la loro didattica impartendo lezioni di anatomia. In entrambe le posizioni intellettuali la grande assente è stata proprio la musica non solo durante le lezioni ma proprio come bagaglio esperienziale del maestro. Con questo tipo di paternità il canto moderno italiano non poteva non essere fallimentare. Ogni volta che affermo che la nostra condizione è disastrosa qualcuno comincia a farmi l’elenco di tutte le voci belle e famose che abbiamo e che abbiamo avuto dai tempi di Renata Tebaldi fino ai nostri giorni, tirando in campo Elisa, Giorgia e la Pausini come se con pochi nomi avessero esaurito l’elenco delle persone che cantano o che avrebbero voluto cantare in Italia. Parliamo di quelle persone i cui nomi non conosceremo mai. Quelle a cui è stato tolto il diritto di avere una voce per cantare. Quelle persone che si sono iscritte per fare lezione di canto nelle piccole e grandi scuole italiane e che sono tornate a casa pensando che fosse inutile, visto che per cantare ci vuole il talento. Negli ultimi anni la tecnica vocale si è andata sempre più specializzando grazie alle conoscenze fisiologiche messe al servizio della voce artistica. Per molti anni il canto è stato ad esclusivo appannaggio dei maestri che tramandavano la loro arte secondo le proprie sensazioni e inducendo gli allievi a cantare o secondo un modello imitativo, io faccio, tu ripeti, oppure utilizzando la personale percezione nell'emissione di un suono e attraverso una terminologia spesso fuorviante per l’allievo. Oggi gli approcci pedagogici dell’arte di cantare sono tanti e spesso illuminanti per metodi e prassi risolutive dei problemi vocali e sono basati sulla fisiologia, sui funzionamenti reali e non più frutto della percezione personale. Oggi la foniatria democratica di medici illuminati condivide con noi artisti tutte le informazioni a cui prima non avevamo accesso, Oggi sappiamo ogni singolo movimento degli organi implicati nella fonazione e la voce è diventata visibile a tutti. Le metodologie didattiche sono però spesso pensate e applicate lontane dalla musica e quindi assolutamente inefficaci nel gesto di cantare. Gli esercizi sono basati spesso su scale e arpeggi, quasi sempre maggiori, senza tenere conto che questo tipo di andamento sarà registrato in uno schema motorio vocale dalla cui ripetizione sarà difficile staccarsi. Il pattern motorio diventerà un engramma rendendo la voce un automatismo cui non si può lavorare e privandolo dell’immaginazione sonora e della espressione emotiva personale. Ogni metodo può offrire possibilità di risoluzione ad un problema vocale ma è spesso la visione di unicità offerta da noi maestri a renderlo inefficace. Forse sarebbe davvero il caso di scrivere il mio tanto millantato libro dal titolo “Le Cantazzate” invece di pubblicare cose che parlano della voce come identità sonora della persona e della tecnica vocale che non è nulla se ci dimentichiamo della musica. Del ballo. Del ritmo. Del gioco. Dell’insostituibile relazione con un maestro che si occupi della crescita della persona, del suo saper immaginare, saper fare, saper essere un cantante di oggi.

Loredana Lubrano

 

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